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Mike Powell "Con Lewis fu una gara dei miracoli: quella scuola di salto in lungo non esiste più"
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MOSCA - Mike Powell, lei che è andato così lontano, cosa sente più vicino di quella leggendaria gara contro Carl Lewis?
"Eravamo affamati entrambi, io più di lui. Entrambi sapevamo di dover fare un miracolo: il record del mondo. Lui era il più grande lunghista di tutti i tempi. Io però sapevo di poterlo battere. E ciò che avvenne quel giorno ai mondiali di Tokyo del '91 fu che dalla pedana uscirono due miracoli, prima il suo, poi il mio, due record del mondo, prima il suo (8.91, ma ventoso, ndr) e poi il mio. Ma il mio era un miracolo più lungo di quattro centimetri (8,95, ndr)".

Ma è stata o no una delle gare più avvincenti di sempre?
"E allora le gare di Michael Johnson, di Jonathan Edwards, di Bolt, di Moses, di Bubka, le 4x100? Forse è stata soltanto la gara di lungo con risultati più 'lunghì trasformata in dramma da quel clamoroso capovolgimento di fronte".

E la celebre scuola di lungo americana?
"Mi crede se le dico che non esiste più una vera scuola di salto in lungo americana? Abbiamo dei buoni allenatori, ma alcuni conoscono solo la tecnica, altri sono soltanto dei motivatori. Ecco vorrei tanto essere uno capace di lavorare su entrambi gli aspetti. Formare e lanciare. Le conversazioni con i miei ragazzi per me sono spesso illuminanti".

E questo le basta?
"Beh, nei sogni vorrei essere io ad allenare colui che batterà il mio record".

Lei e Carl non eravate amici ai tempi di Tokyo, vero?
"No. Lo siamo diventati in seguito, lo siamo adesso, ci sentiamo per cercare di migliorare l'atletica americana, che ha bisogno di tecnici, di psicologi, di tante cose".

Quindi a quei tempi Carl era il suo esatto contrario.
"All'epoca lui era una leggenda vivente nella mia specialità, come potevo misurarmi con lui? Voglio dire, come si poteva avvicinarlo senza creare, anche involontariamente, un attrito? Se mi avvicinavo lui ruggiva, era pieno di sé e lo capivo. Forse quella sconfitta lo svegliò da quel torpore in cui viveva, dove si sentiva intoccabile, almeno nel lungo. Mentre se io avessi perso sarei rimasto esattamente ciò che ero: ossia me stesso. Adesso sono forse nella storia, ma non m'interessa di restare nella storia per un giorno. Preferisco restare come insegnante di atletica e, spero, di vita".

Cos'è saltare in lungo?
"E' un gesto logorante e meraviglioso, traumatico e perfetto. Negli anni 'sovieticì s'insegnò la tecnica, si costruivano atleti potenti, con glutei esplosivi. Poi si è cominciato a pensare alla velocità di entrata, dimenticando la tecnica (pensi a Marion Jones e alla stessa Reese). Io sono per curare molto la velocità, e sulla velocità acquisita lavorare con la tecnica. Ai ragazzi dico: 'Veloce, devi entrare veloce altrimenti non decolli!' Debbono essere aggressivi, ma con i tempi giusti".

Perché da diversi anni non si va più oltre 8,80?

"Sono cambiate le aspettative. Nessuno va più in pedana pensando: 'Faccio il record del mondo'. Ora pensano: 'Faccio 8,60'. Andiamo sempre più indietro: 'Faccio 8,35, faccio 8,20'. I coach motivano male i loro atleti. Il lungo va preparato sin dai primi appoggi di rincorsa. Devono allenare i ragazzi sui 10metri: più veloci possibile".

Lei quando e come è cambiato per arrivare al record?

"Io ero un giocatore di basket, saltavo, saltavo, saltavo, con un piede, con due. Ma a vent'anni non sapevo proprio cosa volesse dire correre. Nel 1987 saltavo 8,27 e correvo male. Poi ho migliorato velocità e meccanica di corsa, il mio coach mi dette la sua scienza e io la applicai con passione: così sono arrivato a 8,95".

Cosa avrebbe voluto fare dopo?
"Avevo già pianificato prima: nel 1992 9,15 nel lungo e il record del mondosui 200".

E perché non è accadutoniente di tutto questo?
"Ho vinto l'oro a Tokyo. Le cose sono cambiate. Non sono vorace".

Il miglior lunghista dopo la sua generazione?
"Pedroso, faceva veramente paura. Era uno da 9 metri".

Che idea s'era fatto di Andrew Howe?

"Talento straordinario, piedi fantastici. Quando venne negli Usa io e Carl ci interrogavamo su dove potesse arrivare: era uno da 8,60 stabile. Gli chiesi: vuoi che ti diamo una mano? Disse di sì, restò un po', poi non venne più. Peccato. A parte gli infortuni, temo non sia stato ben gestito".

E il favorito per questi mondiali?

"Menkov sicuramente, ha tutto, velocità, elevazione, margini di miglioramento. Ma attenti al messicano Rivera che ha la miglior prestazione annuale (8,46)".


Fonte: (Repubblica.it)

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