MILANO, 13 maggio 2009 — Novantasette giorni, 97 lunghissimi giorni dopo il terribile volo nelle prove della discesa di Kitzbuehel lo svizzero Daniel Albrecht è tornato a casa e la scorsa settimana ha ottenuto dai medici della federazione svizzera il nullaosta per riprendere la preparazione atletica. Il 22 gennaio, nella località austriaca, Daniel ha visto la morte arrivando a 140 km/h sull'ultimo salto. Sul dente di stacco si è impennato ed è atterrato di schiena. L'impatto, con la pista ormai in piano, è stato violentissimo e il suo corpo esanime, disarticolato come un pupazzo, ha continuato a rimbalzare sulla neve sin quasi al traguardo. La situazione era apparsa subito grave; trasportato in elicottero a Innsbruck, i medici gli avevano diagnosticato un serio trauma cerebrale e una severa contusione toracica. Un cervello che non rispondeva e il polmone destro collassato. I medici lo hanno tenuto in coma farmacologico e solo il 15 febbraio è stato possibile trasportarlo a Berna, all'Inselspital, il centro universitario. Gli occhi Albrecht li ha aperti il 24 febbraio, 32 giorni dopo la caduta.
IL SORRISO — Il sorriso Daniel Albrecht è smagrito, pallido, con quell'aria da pulcino bagnato che aveva anche prima. È un po' commosso quando parla di quello che ha vissuto e sta vivendo, ma sembra più loquace di quando affrontava le interviste da pretendente alla Coppa del Mondo. In questi 97 giorni Daniel è nato una seconda volta. L'esperienza per questo ragazzo vallesano è stata durissima, il suo cervello nel terribile impatto è andato in black out. «I momenti più difficili sono stati all'inizio, quando non riuscivo a pensare, a concentrarmi, a parlare". "Sono stati giorni brutti — interviene Giusep Fry, il suo manager — perché i suoi progressi sono stati lenti. Prima ha aperto gli occhi, dopo qualche giorno ha cominciato a seguire le figure, dopo altro tempo a dare la mano su richiesta". Come un neonato, di 26 anni. "I primi giorni di coscienza sono stati duri, dovevo reimparare a parlare, a fare ogni cosa. Mi facevano vedere il disegno di una farfalla: sapevo descriverla, dire che aveva le ali e le zampette, ma non sapevo come si chiamava. È frustrante. Come il giorno in cui mi hanno chiesto l'età. Non lo sapevo, ho risposto all'incirca 20 anni". "Daniel — ha spiegato il professor Müri, che ha curato il recupero neurologico — chiedeva di lavorare di più, ho capito che rispondeva come un atleta, ma il suo cervello non era ancora in condizione".
LA MEMORIA — "I ricordi stanno tornando piano piano — dice Albrecht — so che ci vuole ancora tempo. Ho ritrovato la memoria sino al giorno prima dell'incidente, della caduta invece non ricordo nulla. Ho visto il filmato, mi riconosco, so che sono io, ma non provo emozioni, è come se dentro quella tuta ci fosse un'altra persona. L'emozione forte l'ho provata qualche giorno fa, quando il professore mi ha detto: "Tu adesso sei sano, puoi andare a casa".
lo sci — È presto per parlare di sci e ripresa agonistica. "Il mio sponsor mi ha prolungato il contratto per due anni e mi ha detto di fare con calma, la federazione mi ha messo a disposizione quanto mi serve e mi ha invitato al raduno a Majorca di fine maggio, ma non so se ci andrò. Devo vivere alla giornata, cercare nuovi progressi, senza fissare obiettivi. L'ho rivisto in tv durante le finali di Coppa di Are. Mi ha divertito, non ero abituato a fare lo spettatore. Mi sento come un ragazzo della squadra juniores che sogna di arrivare alla Coppa del Mondo, ma non so come e quando. La voglia ci sarebbe, ma il fisico per ora mi permette solo 10 flessioni. Sarà importante provare, solo dopo saprò se sulla neve ho ancora un futuro. Se non ce la farò, pazienza, la vita ha altre possibilità".