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Vela, la F1 diventa un modello per Oracle
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ROMA - "La F1 è stata una delle ispirazioni seguite da Oracle per vincere l'America's Cup". Michele Stroligo, giovane ingegnere italiano di Oracle Team Usa, svela i principi ispiratori del maxi catamarano che ha vinto la 34esima edizione dell'America's Cup. Nella squadra dei 25 progettisti il più giovane è il 29enne triestino, inserito fra i tecnici nel 2010. Il suo compito è stato quello di progettare scafo e appendici, derive e timoni, indirizzando il gruppo, con valutazioni e test, sulle migliorie da apportare alla barca per raggiungere una maggiore velocità e prestazioni più elevate.

"ABBIAMO CONCEPITO LA PIATTAFORMA COME IL CORPO DI UNA VETTURA DI F1" - "Quello di diventare uno dei progettisti nell'ambito dell'AC e per di più nel team defender, credo sia il sogno di ogni ingegnere navale. E' incredibile lavorare con personaggi di questo livello, come Russell Coutts, James Spithill, Ben Aislie, Tom Slingsby e Mario Caponnetto (capo dell'ufficio CFD, uno dei 7 direttori dell'ufficio design ndr.), un luminare della Computational Fluid Dynamics (CFD). Una persona che ha iniziato con il Moro di Venezia, per passare ad Azzurra e Luna Rossa, ed ora ha vinto la sua seconda Coppa America, prima con lo sviluppo dell'ala del trimarano di Oracle a Valencia e ora, uno dei meriti riconosciuti da Coutts in persona quando ha ricevuto la coppa, con lo sviluppo dell'aerodinamica della piattaforma", ha raccontato Stroligo.

"Abbiamo subito pensato di vedere la piattaforma come il corpo di una vettura di F1. Una volta che ci siamo resi conto delle potenzialità della barca e quindi la velocità con cui l'aria avrebbe raggiunto la piattaforma e la barca, era necessario immediatamente garantire una buona aerodinamicità alla barca -aggiunge- e questa è stata una delle cose che ci ha fatto vincere la Coppa America, rendere la barca agile ed efficiente per quanto riguarda l'esposizione al vento, quindi i pozzetti, l'aerodinamicità delle traverse ecc. sviluppate dal nostro collega francese Francis Hueber che con Mario Caponnetto ha lavorato in particolare sull'aerodinamica, mentre io mi sono concentrato di più sulla idrodinamica, quello che succede in acqua".

"LA NOSTRA VELOCITA' DI POPPA ARRIVAVA SUI 40-42 NODI" - "La sfida progettuale è stata una cosa incredibile. Vedere le ultime regate era un'emozione pazzesca. Abbiamo raggiunto una velocità di punta, di bolina di 36 nodi, e di poppa arrivavamo sui 40-42 nodi e siamo riusciti a smentire coloro che dicevano che con questa barca non era possibile fare match race. Abbiamo visto che gli avvicinamenti e gli ingaggi tra le due barche sono stati emozionanti e questo sarà il futuro", prosegue Stroligo, parlando delle sfide con Team New Zealand. "Io sono un po' di parte ma vorrei porre l'attenzione sul fatto che questa è una classe zero, è una barca appena nata, e c'è un numero ridotto di persone che la conoscono, non è paragonabile alle barche che erano a Valencia 2007, che era una quinta versione dell'imbarcazione, e dove progettisti e velisti la conoscevano a memoria. Siamo arrivati alla fine dell'America's Cup con due team molto vicini e c'è stato un finale intenso ed emozionante, differente dalla Louis Vuitton Cup, dove il gap in termini progettuali e di esperienza dei velisti era tale da riuscire a non vedere due barche vicine".

"CONTRO NEW ZEALAND INIZIO DIFFICILE, MA SIAMO RIUSCITI A RIPRENDERCI" - Quella finale tra Oracle e New Zealand è stata una sfida conclusasi all'ultima regata con i kiwi che hanno perso pur andando in vantaggio 8-1. "Team New Zealand ha avuto la possibilità di gareggiare ed allenarsi molto di più rispetto a noi. Loro avevano già raggiunto probabilmente l'apice della loro barca, cosa che noi stavamo cercando di raggiungere. Noi abbiamo avuto un problema nel primo giorno di navigazione di barca 1, quando abbiamo rotto una delle derive, e questo ci ha provocato un mese di ritardo, poi abbiamo distrutto praticamente l'ala, quando la barca ha scuffiato al suo ottavo giorno di navigazione, e abbiamo dovuto aspettare di avere disponibile barca 2. Ma siamo riusciti - spiega l'ingegnere italiano - ad avere una curva crescente in tutti gli aspetti. Ogni regata migliorava la parte tecnica, le regolazioni e ovviamente anche la capacità dei velisti di portare meglio la barca, e l'idea di non mollare mai ha fatto il resto. Abbiamo a quel punto tirato fuori dal cassetto tutto quello che si poteva e da lì la mentalità è cambiata. Le virate erano il nostro tallone d'achille, dove perdevamo circa 70 metri ciascuna, e New Zealand ce ne faceva fare il più possibile, ma riusciti a risolvere questo problema siamo riusciti a recuperare".


 


Fonte: (Repubblica.it)

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